Luigi Pasquini. Un cronista del pennello

Collana: Cataloghi d'arte
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A cura di Annamaria Bernucci
Formato: 24 x 30 cm
Pagine: 128 + cop. cartonata con sovraccoperta e bandelle
Edizione: Gennaio 2018
Lingua: Italiano
Illustrazioni: A colori
ISBN: 978-88-7381-989-9
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Libro cartaceo
25,00
21,25 €
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TRAMA
In un tempo di confine che aveva visto il tramonto del verismo nelle arti e il crescere di suggestioni decadenti, tra trasformismo politico sulla scena nazionale e lo sviluppo industriale e turistico della città di Rimini, si collocano Luigi Pasquini e la sua arte. Si rese protagonista in vari ambiti – fu pittore, insegnante, scrisse e discettò di arte, si misurò con letterati e giornalisti –, tant’è che Sergio Zavoli si domandava, sottolineando il suo «irripetibile riminismo»: «C’è un fatto pubblico, un personaggio, una pietra, a Rimini, che non abbia fatto o non debba fare i conti con lui?». Ce lo si domanda anche oggi.
L’opera grafica e pittorica di Pasquini è vasta, ricomporla in questo volume, almeno in parte, ha significato tessere una trama a volte pedante, a volte coinvolgente di un grande corpo dalle membra sparse, polverizzato e custodito in collezioni private e pubbliche inseguendo una prima traccia che si è voluta poetica e che è quella della memoria dei luoghi e degli affetti. Il cui racconto vive e si conserva nella loro rappresentazione, cioè la città, il borgo, il porto, la casa, il giardino, il podere di Vergiano.
La seconda traccia è quella della presenza dell’autore nel suo tempo che, con un impegno che si fa stringente e pregiudiziale, si è posto spesso come arbiter del dibattito artistico riminese, cercando benemerenze e consensi, interpretando da par suo le faccende dell’arte, erigendosi a fermo tutore della tradizione, a elaboratore del gusto, svolto all’insegna di una ferma coerenza tra la pratica pittorica, quella grafica e quella giornalistica. Diventò insomma l’intellettuale “impegnato”, l’abile mediatore tra il romagnolismo spallicciano, creando un rinnovato immaginario regionale, fatto di motivi allegorici ricorrenti e di comuni appartenenze ctonie, e il mondo silenzioso, umorale e antieroico di Pascoli. Ma che Pasquini interpretò con indipendenza, al suo passo autarchico.
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